Pieve e alla villa romana di Nuvolento e al monastero di Serle
Pieve e villa romana di Nuvolento e San Pietro e monte Orsino a Serle
domenica 26 marzo 2017
Monastero di San Pietro in monte Ursino di Serle Il monastero venne fondato nel 1039 dal vescovo bresciano Olderico I, nel bel mezzo di una strategia di controllo e riorganizzazione del vasto e popoloso territorio sottostante il monte, a oriente di Brescia. Al cenobio vennero conferite molte terre, ma anche boschi, fortificazioni e privilegi che spesso furono all’origine di contese secolari con le comunità locali (fra cui Vallio Terme). Evidente simbolo del potere vescovile, il monastero non fu situato casualmente sulla vetta dell’Orsino che, per la sua altezza di quasi mille metri e per la singolare sagoma conica, era nettamente distinguibile anche a molti chilometri di distanza. All’inizio del XIII secolo l’edificio si trovava in condizioni deplorevoli, tanto che sia il Vescovo di Brescia nel 1213 che il Vescovo di Trento nel 1218 concessero indulgenze a chi avesse fatto elemosine per il restauro della chiesa.
Si sa inoltre che, in quel periodo, il monastero ospitava un abate, otto monaci, vari chierici ed il personale addetto. Nel Trecento ne venne sancito in maniera definitiva l’abbandono da parte della comunità monastica che dovette trasferirsi nella Domus monastica di Nuvolento.
Ben presto, persa ormai l’originaria funzione di controllo sul territorio svolta dal monastero, la comunità chiese al Vescovo nel 1347 di trasferirsi a Brescia e fu soddisfatta con l’assegnazione di una nuova sede. Dal 1446 il monastero sul monte fu assegnato ai Canonici Regolari di S. Giorgio in Alga di Venezia. I nuovi occupanti ristrutturarono radicalmente l’antico monastero, ricostruendo in forme più modeste la chiesa ed erigendo nuovi edifici su vari piani. Dal 1672 il monastero di S. Pietro in Monte ed i terreni attigui divennero proprietà delle monache del monastero di S. Maria degli Angeli di Brescia. A seguito delle soppressioni d’epoca napoleonica, nel 1801 Pietro Braga di Brescia “acquistò dal governo i monti ed i boschi di proprietà del soppresso monastero degli Angioli” e ne acquisì quindi i diritti. Nel 1890 il comune di Serle acquisì la proprietà degli eredi e nel 1907 venne eseguito un intervento di restauro sulla struttura, che comportò l’abbattimento di gran parte degli ambienti che formavano il gruppo ovest, addossati all’abside della chiesa e, contemporaneamente, l’edificazione di nuovi locali a nord. Il monastero assunse così l’aspetto che tutt’ora lo caratterizza. Il primo documento in cui si parla della chiesa è una documentazione dell’inizio del XII secolo, quindi il complesso di edifici doveva già esistere in quel periodo storico. Le strutture hanno subito diverse trasformazioni durante i secoli ma sono rimasti inalterati, rispetto al periodo romanico, il campanile e l’abside semicircolare. La chiesa, costruita in pietra, si presenta come un edificio con facciata a capanna, portale in pietra, una feritoia ed una lunetta con oculo (del XVI e XVII secolo), copertura in coppi e pianta a navata unica terminante con abside. Il campanile è una massiccia torre a base quadrata, costruita con diversimateriali e tessiture murarie, segno di differenti periodi costruttivi. La struttura risulta priva di aperture, fatta eccezione per le finestre ad arco a tutto sesto presenti nella cella campanaria. Internamente la chiesa si presenta come un edificio ad aula unica con grandi archi poggianti su pilastri che dividono la struttura in quattro campate. Sono visibili, lungo le pareti della chiesa, diversi lacerti di affreschi, mentre nella copertura della seconda campata si possono notare raffigurazioni che rimandano alla figura di Cristo accanto a simboli religiosi e popolari.Altri affreschi sono visibili nella cappella di sinistra, tra cui la “Lapidazione di S. Stefano”, “S. Lorenzo” ed i busti dei Profeti e sulla parete sud, dove gli affreschi sono più antichi e si individuano, tra gli altri, Maria Maddalena e un santo. Nell’area presbiteriale si individuano poi i dipinti di “S. Rocco”, “S. Antonio Abate”, “S. Bernardino da Siena” e una “Madonna con Bambino”. Villa romana di Nuvolento Estesa per oltre 3000 mq., la villa si presenta riconoscibile nelle parti residenziali e di rappresentanza per l’ampiezza dei vani e per il disegno architettonico unitario, oltre che per la presenza di tracce di mosaici, pitture parietali e rivestimenti in marmo; la pars rustica invece, con i vari settori adibiti alla produzione ed al servizio si distingue, qui come in altri casi, ad esempio nelle ville lombarde di Monzambano e Ghisalba per il piano generale più modesto, dettato dalle esigenze funzionali che si creavano e modificavano con frequenza nel tempo, e per l’adozione di tecniche costruttive semplici e resistenti, come i pavimenti in cocciopesto o laterizio per vani che erano probabilmente adibiti a deposito per cereali, a frantoio, torcularia per la spremitura di uva e olive, doli per la conservazione di vino e olio. Altro elemento che caratterizza dal punto di vista archeologico la villa di Nuvolento è la fitta sequenza di successive ristrutturazioni al suo interno, un’evidenza del resto estremamente diffusa e comune a molti insediamenti dello stesso genere, resa leggibile dalle tecniche di scavo più evolute e più adatte a ricomporne con fedeltà lo sviluppo nel tempo.Sono state riconosciute cinque fasi.
La fase 1 (fine I secolo a. C.- prima metà del I secolo d.C.), corrispondente al periodo della romanizzazione che probabilmente coincise con la prima occupazione stabile delle campagne: pochissimi ed incerti gli indizi strutturali ma numerosi i materiali residuali che la attestano, come la ceramica comune, da cucina e da mensa, o a vernice nera, tipica di questo primo periodo o le caratteristiche coppe ad orlo inflesso di tipo tardo-celtico. Nella fase 2 (I-II secolo d.C.) l’edificio residenziale si struttura come un compatto corpo di fabbrica a pianta rettangolare, con una serie di vani regolari gravitanti sul cortile, un corridoio di disimpegno lungo tutto il perimetro ed un muro di recinzione esterno.
La fase 3 (III secolo d.C.) corrisponde a una serie di modifiche realizzate all’interno dei vani. Nella fase 4 invece (IV secolo d.C.) si registrano molte e significative attività di ristrutturazione tra le quali le più vistose sono rappresentate dalla espansione con absidi di alcuni corpi del settore residenziale, a conferma che l’edificio romano, rimasto in uso fino alla tarda antichità, aveva ricevuto modifiche sia negli aspetti funzionali interni e nei servizi sia nell’articolazione degli spazi. Queste vicende particolari trovano corrispondenza più in generale nel fenomeno del diffondersi delle concentrazioni terriere da parte di grandi possessores, che le fonti peraltro ricordano aver abbandonato in gran numero le città sul finire dell’impero. La fase 5 (inizi del V secolo d.C.) è caratterizzata dal degrado e dall’abbandono dei vari corpi dell’edificio, seguiti dallo spoglio quasi radicale di murature, elementi architettonici e arredi.
Infine nella fase 6 (V-VI secolo d.C.) il sito viene di nuovo occupato con strutture che utilizzano in modo parziale e selettivo gli ambienti preesistenti ridotti allo stato di rudere, secondo le modalità di fratturacontinuità caratteristiche dei processi insediativi propri dei primi secoli dell’alto medioevo. Modesti alzati lignei indicati da serie di buchi di palo sui battuti, muretti di pietrame con leganti di argilla, tramezze, occupano e frazionano gli spazi più ampi e regolari dei vani preesistenti, con focolari a suggerire il loro uso come cucine e piccole cavità nei resti di cocciopesto a indicare possibili paletti, stabbi e truogoli per piccoli animali da cortile. I pavimenti sono semplici battuti di terra. Anche la vasca centrale del cortile in questa fase viene probabilmente riutilizzata come abbeveratoio.

Fai clic su un'immagine per visualizzarla in dimensioni maggiori.